I MERCATI DI PALERMO

IL CAPO

Il Capo si colloca oltre il Papireto alle spalle del celebre Teatro Massimo, nel quartiere arabo degli Schiavoni, così chiamato dal nome delle truppe mercenarie assoldate fra i pirati per il commercio degli schiavi e che lì abitavano. Fu poi denominato in periodo normanno Seralcadio, da Sani-el-Kadì (strada del magistrato), e alle spalle del mercato sorge infatti il tribunale della città. Il Caput Seralcadii (da cui, appunto, Capo) era la parte superiore del quartiere, dove fin da allora ci si dedicava alla diffusione di prodotti cittadini. Oggi rientra nel quartiere Palazzo Reale-Monte di Pietà, e si dipana dalla Porta Carini per le vie Beati Paoli, S. Agostino, Cappuccinelle e la Discesa dell’Eternità. Il Capo è sopravvissuto a numerosi tentativi di modificazione, dalla riorganizzazione del rione nel 1935 ai bombardamenti del ’43 e successivo spopolamento.

Palermo - Il Capo
Palermo - Bancarella del pesce al Capo

Oggi rappresenta uno dei luoghi più famosi di Palermo, nel quale è possibile vedere con i propri occhi la vita del mercato palermitano come un tempo, viverla, ascoltarla, assaporarla. La prima sensazione che si prova, lasciandosi alle spalle le grandi strade piene di automobili ed entrando in questi mercati, è quella di stare vivendo un momento del passato: non ci sono insegne luminose ma enormi lampade, non esiste cellophane ma cartone, i prezzi non sono attaccati alla merce, ma indicati su pezzi di legno. Il viottolo che si apre tra le bancarelle è stretto ed è spesso reso impraticabile dalla folla. Caratteristico è il nome di alcune delle strade che si trovano in questa zona: via “sedie volanti”, via “scippateste”, via “gioia mia”.

Tra le vie strapiene di bancarelle si confondono i venditori nomadi che propongono ai passanti cucina di strada: sfincione (un equivalente siciliano della Pizza Napoletana), panelle (farina di ceci fritta) prodotti tipici palermitani. Ci sono iriffaturi, con la lotteria privata, le loro carrozzelle (solo il telaio) girano con il trofeo, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce o una parte di carne, soldi o altro genere inerente al consumismo. I loro clienti non sono mai occasionali, gli stessi detentori e gestori di putia (negozio o bancarella) partecipano a questa strampalata riffa garantendo allo stesso il suo prosieguo.
I venditori creano quella musica capace di penetrare con assordante cantilena in dialetto palermitano, dentro i padiglioni auricolari dei passanti, (“abbanniare”) invitando ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia.

È in questo contesto armonioso e colorito che uno dei monumenti del barocco siciliano continua a risplendere: la chiesa dell’ Immacolata Concezione. Edificata tra il 1604 e il 1612, la chiesa ha vissuto nei secoli complesse vicende: dalla demolizione del vastissimo monastero annesso, al suo stesso abbandono che ne ha determinato, nel tempo, perfino la destinazione a magazzino. Dal 2003 ha riaperto le sue porte e contribuisce a rendere questo luogo ancora più affascinante e sorprendente.